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sabato 26 novembre 2022
In viaggio con Chatwin
lunedì 1 novembre 2021
Lo splendore che c'è nella disperazione
Dopo una notte di febbre a Pëtr la testa non aveva smesso di dolere. Si trascinò fuori di casa e con cura chiuse la porta alle sue spalle. Il mattino era chiaro ma grigio e deboli residui di pioggia erano portati con violenza dal vento. Si incamminò lentamente verso la sommità della scogliera nascondendo il mento nel bavero della giacca.
Quando finì di percorrere la scala di legno che risaliva decisa il versante ovest, la forza del vento rincrebbe e lui ne ebbe spavento. Il bollore della sua fronte si fece meno e lui ne ebbe temporaneo sollievo. Respirò a pieni polmoni quell'aria fresca e si diresse ancora più giù, verso est, su un tappeto di erba che rimaneva verde e regolare fino al netto inizio della caduta verticale della scogliera.
Ma una volta passato il breve sollievo dato dalla distrazione del movimento, e accresciuta la sua sensazione di freddo, il mal di testa riprese forza e lo colpì più decisamente di quanto non aveva fatto nelle ultime ore. Chiuse gli occhi e si accoccolò premendosi i palmi sulle tempie, sottomettendosi a quel dolore lancinante.
Atterrito rimuginava tra se: "Misero me, non ha mai fine questo dolore. Ed è quanto più c'è di peggio nella mia vita e in quella di tutti gli uomini. Si, il peggio è che solo la morte ci può liberare da tutte queste sofferenze. E a chi importa questo?"
Mosse ancora dei passi e poi si fermò esausto, barcollò, e esitò senza più idea di dove andare. Poi aprì gli occhi e il vento gli sferzò il viso facendolo lacrimare. Nello strano grigio pallore e nel riflesso delle lacrime la sua attenzione si fermò su un albero poco distante. Si incamminò incerto verso quell'albero cresciuto in balìa dei venti, così deforme e assieme sinuoso che Pëtr non potè che allungare il dito verso il più vicino dei rami, dove lui vedeva mani e dita umane.
Appena ebbe assaggiato la ruvidezza di quel legno, una nuova sensazione di pace avvolse il suo intimo essere. Aveva li, al parossismo dell'emicrania e nel delirio della febbre, la chiarezza di pensiero che sempre cercava. Si, l'evidenza che Pëtr sempre cercava in volti, cuori, parole e pagine, non avrebbe mai eguagliato l'eloquenza con la quale ora, sentiva, avrebbe potuto esprimere i suoi pensieri.
"Si, quest'albero è misero ma non merita di esserlo. Non ha volontà, e nemmeno libertà, perché cresce così, come gli viene dette dal vento. Provo pietà per lui. L'albero soffre, senza speranza o ragione, e con una memoria che non serve a nulla.
...
Ho sangue che mi scorre nelle vene e che mi irrora il cervello. Si, la vita mia e di questo albero e di tutti gli uomini che camminano sulla terra è materiale e non ideale. Ed è tutta qui in me, in luogo di materia cerebrale ordinata. Ed è solo questo che conta. Questa mente profonda, con cui posso penetrare il cielo grigio e oltrepassarlo fino a sbucare da sotto il mondo, e farmi legno nel ramo di quest'albero per toccarmi il dito attraverso esso.
...
E non sono miserevole per la mia fragilità, ma per la mia comprensione. Sono peggio di questo albero, e non perché rifiuto la mia sofferenza ma proprio perché l'accetto e l'accetto come parte integrante della mia esistenza. Si, peggio di essere miseri è non volerlo essere. E questa comprensione, questo accumulo di materia ordinata all'interno del mio cervello è tutto ciò che posso guadagnare al gioco della vita. Si al peggio non c'è mai fine. Al dolore degli uomini e degli alberi non c'è fine se non nella morte."
L'albero vento scosso da una forte folata di vento e i suoi rami rotearono e poi di nuovo scesero. L'albero non si pronunciò, ma come si sa molto bene, a volte il silenzio può essere molto eloquente. Pëtr quel silenzio di pietra se lo aspettava, e questo lo spinse innanzi col suo monologo interiore. Infatti, proprio ora che si accorgeva di pronunciare questo verdetto, trovava nel verdetto la soluzione.
"Non c'è fine al male, ma questo è bene. Si, perché se non c'è fine al male, vuole dire che nel male c'è sempre un po' di bene. E, sebbene possa esso trattarsi di un lembo di bene che penzola nel penoso vuoto del male, c'è del bene. Questa pietà che provo per quest'albero è bene, e io lo giudico bene. La mia vita sta nel rincorrere questo bene e trasformare la mia concupiscenza in atti di bene, che appartengono perciò all'eterno. Il mio male è alleviato dalla sensazione di pietà e il male di quest'albero è alleviato dalla mia compassione. Se inseguo il mio bene e volgo la mia superbia in pietà agisco per una memoria eterna. Si, che il mio anelito al bene appartiene all'eterno e mi serve per distanziare il male, che appartiene solo al mondo che passa. Si deve essere così, ed ecco quel che voleva dire Pierre quando mi diceva che si può capire il mondo solo quando si è felici."
E poi depose ai piedi dell'albero un pensiero.
"Si, accumulate memoria ordinata come processione di connessioni cerebrali, nel nome del bene."
Lo disse con la speranza di una preghiera, e con somma fiducia nell'albero depositario. Lo disse come dire: "fate questo in memoria di me".
Questo pensiero lo rincuorò, lo rilassò ed infine lo alleggerì della penosa sensazione di mal di capo. Riprese con il passo leggero la strada verso casa, e la diresse i suoi passi, dove scendevano ripidamente i gradini di legno della scala sul versante ovest. Scese i gradini con una nuova sensazione di leggerezza spirituale. E di pace.
Splendore e disperazione alla penisola di Fyn Hoved, isola di Fyn.
venerdì 12 aprile 2019
Ispirato da Jimmy
Entrambi i rischi (se vissuti pienamente) portano ad esistenze estreme: una estremamente pericolosa, l'altra estremamente mediocre.
JMBReRe
PS: date un occhio a:
https://jimmychin.com/
https://www.renanozturk.com/
https://coryrichards.com/
venerdì 15 marzo 2019
Tamanika è in nessun luogo

Forse Stefano, forse Marco o Gian Marco, sono i primi ad avermi parlato di Tamanika. Tamanika è dove si trova la neve più bella. A Tamanika nulla è lasciato al caso: tutto al suo interno è calcolato con precisione, il numero di Decibel, dei Lumen, la lunghezza dei percorsi, le frequenze dei luoghi di sosta, il tipo e la quantità di informazione. A Tamanika ci si rapporta solo tramite simboli (parole o voci prepensate). Tamanika è l'esempio esistente di uno stato in cui si concretizza il sogno della "macchina per vivere". A Tamanika, ci sono spazi interi in cui mille individualità si incrociano senza entrare in relazione, tutte sospinte dal desiderio frenetico di accelerare. Tamanika è un incubatore, è una porta di accesso a un cambiamento. All'ingresso di Tamanika, ognuno perde tutte le sue caratteristiche e i suoi ruoli personali, per continuare solo ed esclusivamente ad esistere null'altro che nella propria essenza, come se l'intera vita di ognuno fosse ridotta esclusivamente alla semplicità di una punta di una matita ed un foglio bianco. L'unico ruolo di ognuno, è quello di un utilizzatore di questo nuovo potere, e questo ruolo è definito da un contratto più o meno soffice che si firma con l'ingresso. Queste sono le regole.
Tamanika rappresenta dunque per molti una sorta di terra di mezzo, che accoglie nel momento di smarrimento ma che, a lungo andare, nello stesso momento in cui reifica l'essenza identitaria terrena, la sacrifica sull'altare della comune universalità. A Tamanika sono stato raramente, ma ho un ricordo indelebile di quei disegni che mi ha ispirato. La mia matita mi è sembrata leggera e scorrevole. La carta, soffice come la carta di cotone. Tamanika del resto ha ispirato ai grandi Maestri dei veri arabeschi, e questi, per bellezza ed essenzialità, io li pongo là in alto, assieme alle venature del marmo, alle curve delle camelie o alla regalità delle perle, assieme all'onorevole superiorità del leopardo delle nevi e dei suoi occhi liquidi, gelidi e sublimi.
L'ultima volta a Tamanika c'era un ragazzo, con capelli neri e lisci. Continuava a cantare una canzone, che si spandeva nel vento per tornare ad echi soffusi...
Oggi ho sognato di morire
Pensavo di sapere cosa
mi stava per accadere
e tutto sarebbe di certo stato
come lo avevo sempre sognato
il bue, la luna, il tuono, il lampo
nell'occhio del ciclone
non esiste dritto né rovescio
Ora è passato tanto tempo
ora è passato troppo tempo
ma la vita incanta ancora
e so che un giorno tutto il mondo
canterà questa canzone
che ho scritto per te
la canterai assieme a me?
Ora è passato tanto tempo
ora è passato troppo tempo
tutto ciò che riesco a capire
è aria, metallo, legno,
ma la vita resta ancora
è qui in questo cuore
dove il battito prosegue ancora
Tamanika è non vita. Tamanika è in nessun luogo. Tamanika esiste solo per farti sognare. Come i palloncini, come la neve.
E, come la neve... puff ... ! Sparisce!
JMBReRe
PPS: La chiave di lettura di questo casino è questa. In arrampicata, o nello snowboard tremendo, ci si espone ad attimi in cui il trasporto è così eccessivo che si fa esperienza di quella che io chiamo nonvita. Non si tratta del flow, si tratta di nonvie. Che è un termine simile a nonlieu, che sono i nonluoghi di Augé. Non è vita ne morte, a cui non ci sono contrari. E' un'altra cosa. La corda, o la lama della tavola, diventano un cordone ombelicale, perché nel grembo della terra non si respira aria.
domenica 10 febbraio 2019
domenica 20 gennaio 2019
Una questione di cuore (1 di 2)
Il libro Haywire heart mi è stato consigliato (velopress.com/books/the-haywire-heart/), ma non l'ho ancora affrontato. Molto interessante mi è sembrato il podcast su Velonews (in inglese) (velonews.com/podcast).
Wiki (panoramica non certificata) (it.wikipedia.org) dove per la prima volta ho letto che la FA è potenzialmente legata ad attività fisica vigorosa e prolungata.
Ciclismo (eurheartj)
Funzione ad U tra tempo di esercizio intenso ad FA - Le 2000 h (academic.oup.com/europace)
Spero di poter scrivere presto la seconda e ultima parte dell'avventura FA.
JMBReRe
martedì 6 novembre 2018
Si direbbero mani forti, non ti sembra?

Suvvia, il Nulla di Fantasia distrugge i sogni di Bastian, ma può benissimo essere quello di tutti noi.
Il Nulla da quale siamo venuti e il Nulla al quale siamo destinati, direbbe Blaise Pascal. Il Nulla che fluisce e porta via tutto ciò che trova. Una pietra alla volta, un istante alla volta. In un attimo, da un giorno all'altro e senza accorgerci, facendoci passare dal dire "un giorno farò così" al dire "è andata così". Piano piano, per tante cose della vita, fino a che possiamo dire "un giorno farò così" per poche cose solamente. E' possibile afferrare questa transizione? E' possibile, per un attimo, invertirla? In che momento accade? E' possibile afferrare questo momento?
Ogni giorno queste sono le domande che ci poniamo. In altre parole stiamo cercando delle buone ragioni per non essere angosciati a pensare al passare del tempo. Qualcuno ha qualcosa da dire a riguardo? Miei pensieri sparsi a seguire. . .
Afferrare quel frammento di tempo è il miglior modo per osservarlo e infine studiarlo, come si fa con un sassetto raccolto sulla riva di un lago. Per farne cosa poi? Beh, cosa ve ne fate di un sassetto curioso che avete raccolto sulla riva di un lago? Ci giocherellate con le mani? Lo scrutate da vicino per vedere come le sue piccole concrezioni catturano e rifrangono la luce del sole? Lo tirate in acqua per sentire un gluck perché avete bisogno di rilassarvi? Lo tirate in acqua per farlo rimbalzare sulla superficie perché vorreste essere come un sasso che rimbalza sulla superficie dei vostri problemi? Oppure ve lo mettete in tasca tutti fieri?
Il ricordo sensoriale, diceva Marcel Proust addentando la madeleine o inciampando all'indietro sui gradini di Piazza San Marco. "La lotta verso la cima", dice Albert Camus pensando a Sisifo felice, che "tutto è bene", da Voltaire in giù. L'estasi del vivere il momento presente, dice David Thoreau, "rapito in fantasticherie" di fronte alla sua capanna. La "filosofia" e il "filosofeggiare" dice Lucio Seneca. In qualunque modo la mettiamo, i più grandi sognatori di ogni epoca hanno proprio cercato di afferrare questo scorrere e non hanno potuto fare altro che raccoglierne un frammento e sintetizzarlo nella loro idea. Un frammento di tempo, il nostro momento fermo. Invariabile, finalmente, e definitivo.
E quando si sente avanzare quel Nulla nella vita, quando si sente che le giornate passano e così anche le nostre pietre volano, ti assale quella voglia di afferrare quel momento che sfugge, trattenerlo, per poi studiarlo, o per poi annientarlo. Per goderlo, per giocherellarci con le mani, per osservarne le concrezioni e come queste deviano la nostra luce vitale. Per metterselo in tasca. Per lanciarlo, dall'alto, dal basso o di taglio. Per lasciarlo cadere, e "partecipare alla ridda delle stelle" come diceva Herman Hesse. "Partecipare"...
Mi basta uscire là fuori, stasera. Una corsa di mezz'ora, solo mezz'ora basta. Una corsa al buio sotto la pioggia, da padrone del mio tempo. Ho lasciato un lembo di pelle libera in questa fresca e umida serata. Un lembo di pelle, come un lembo di cielo, per far passare la pioggia. E quella sensazione di poter vivere per sempre, eccola li presente.
E questo sassetto curioso stasera, grande come un granello di sabbia, nel palmo della mia mano brilla più di mille stelle.
E se l'imperatrice avrà bisogno di un nuovo nome glielo daremo. Anche oggi ammazzo Gmork, ribattezzo l'imperatrice. Grida ragazzo. Corri Mordiroccia corri! Recuperami quelle pietre. Non lasciarle andare via.
"Si direbbero delle mani forti."
JMBReRe






